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mercoledì 16 agosto 2017

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (4).



Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011.
La Visibilità. “L’immaginazione come repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere” (ibidem, p. 102). È una delle definizioni della ricerca di Calvino. Quella in cui si riconosce pienamente. Ancora: lo spiritus phantasticus di Giordano Bruno, foriero di traslati in modificazione evolutiva. Possibile e impossibile che si riversano l’uno nell’altro, con spontaneità d’estro o con dipendenza culturale. Il risultato può essere interessante specie se sottratto alla civiltà delle immagini preconfezionate, veri e propri virus dell’autentica fantasia fatta di malie esperienziali, e di balzi al di là di esse. Dante che ci porta al Paradiso, ce lo spiega e dispiega con quanto la memoria ha potuto trattenere del suo viaggio. Folgorazioni di fuoco, gemme preziose. La metafisica della luce trionfa in ogni aspetto del regno di Dio e riverbera nel sorriso di Beatrice. L’Alighieri pensa tramite visioni, offre, da grande scenografo, vastissimi quadri che paradossalmente esprimono una verità inconfutabile: più astratto è il concetto da dimostrare più materico deve esserne lo specchio espositivo. Perché la facoltà immaginativa, nella condizione dell’excessus mentis, che trascende gli schemi della capacità sensibile, non è in grado di esercitare il suo compito di raccolta/elaborazione dei dati fenomenici. Si perde pertanto la vista fisica e si apre l’oltrefisica. Lo scrittore diventa veggente e ruba il fuoco prometeicoAllora, basterebbe rileggerlo con mente chiara, il sommo poeta fiorentino, per saperne di più sulla Visibilità. A metà tra la conoscenza mistica del cosmo e la ricognizione minuziosa dei fatti.
Formula calviniana risolutiva del problema: tendenza all’infinito dell’immaginazione + tendenza all’infinito della contingenza esperibile + tendenza all’infinito delle possibilità linguistiche della scrittura = prodotto letterario. Per dirla in termini di semplice operazione sommatoria integrata con l’aiuto beffardo della techne: lo scrittore prima si volge all’intensività e poi, inevitabilmente, all’estensività. Quasi un Dio dunque. Quasi, dato che per Dio questa e quella coincidono.
(continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'11 febbraio 2011

sabato 29 luglio 2017

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (3).



Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011
L’Esattezza. L’autore concentra il concetto in tre focus: “1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili […]; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione” (Lezioni americane, Oscar Mondadori, 2002, pp. 65 – 66). Poi, a giustificazione degli assunti, pone egli stesso un quesito che gli potrebbe essere mosso sul perché senta il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvi, quesito che immediatamente spiega ponendosi come epicentro di un fenomeno spontaneo di ripulsa per il generico spesso sconveniente. Continua infatti: “mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo o casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa veramente quello che dovrebbe essere” (ibidem, p. 66). Che aggiungere d’altro se non l’esempio di noti maestri quali il già ricordato Leopardi che si dichiarava per l’indeterminato e il vago - apparentemente antitetico in ciò all’esattezza - con un’attenzione meticolosa per la composizione delle immagini, la cura dei dettagli, la scelta dei soggetti, l’uso luministico delle atmosfere. Un vago dunque, il suo, che si connotava di sensibilità dischiusa al fisico e al metafisico. O meglio: trascolorante dal fisico al metafisico e viceversa. La lettura attenta dello Zibaldone e dei Canti lo conferma al cento per cento e, soprattutto, ce ne determina la veste filosofica ben al di là del sensismo, in quel rapportare la relativa cognizione empirica del giorno dopo giorno all’immensità spazio-temporale assoluta. Come dire: la ricerca del determinato che si completa solo di indeterminato. La composizione degli opposti insomma. Il microcosmo circoscritto, in uno con il macrocosmo smisurato. Il centro perfetto per un arciere viziato d’infinito.
Ed è in questo amalgama sapiente che trova status l’ispirazione di scrittori come Dino Buzzati e Tommaso Landolfi. Lo dico con sincero dispiacere per altri. Un esempio? John Fante, che ha vissuto ultimamente qualche sussulto di notorietà, ed è, anche nel suo migliore romanzo Chiedi alla polvere, lontano da quella sfumata linea d’orizzonte tra la terra e il cielo che fonde dimensioni e dà l’altrove. Con sollievo degli amanti della sua “compressione” espressiva, suppongo. Volutamente piana in quanto l’unica adattabile alla vita comune, come dicono. La vita comune degli inconvenienti quotidiani, comprese le termiti che divorano la casa sotto i piedi al protagonista di Full of life. Senza alcunché di ironico. Gioverebbero loro: La Parte buia del giorno di Alison Smith, Nel paese delle ultime cose di Paul Auster, L’anguilla di Montale, l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, i tarocchi e la tartaruga di Achille ovvero il paradosso di Zenone (soltanto come spunti), le biblioteche di Babele e le lotterie babilonesi di Borges, il tutto corrispondente al punto in T con 0 proprio di Calvino.
In sostanza - e infine - mi ancoro sull’Esattezza  con un’immagine: la goccia scava la pietra dall’alto al basso e dall’esterno all’interno. Sonda strati primordiali arrivando a delle Colonne d’Ercole di continuo mobili. Microfrazione temporale dopo microfrazione temporale. Mentre plasma cattedrali fantasmagoriche.
(continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.

martedì 18 luglio 2017

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (2).





Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011.
    La Rapidità. Una concisa brevitas può nel ritmo narrativo generare suggestione? Un’istintiva stringatezza è fonte di piacere? Boccaccio ci insegna quanto sia preziosa questa dote. Con una novella del suo Decamerone, la prima della sesta giornata, icastica nel messaggio. La morale è: chi non sa raccontare e pur si ostina, rende la storia un cavallo bolso. Offende il ritmo che è velocità mentale, proprietà stilistica, agilità di espressione. Così le parole tralignano, perdono la strada e il destriero-racconto si impantana irrimediabilmente. Destinato a morire è il giudizio irrevocabile. Di Boccaccio e di Calvino. Concordo e mi lamento. Non tutto ciò che appare e si ode ai giorni nostri è oro colato. Gli educati al contegno desidererebbero spesso la sordità. Gli occhi stravolti dalle frequenti aggressioni all’arte sognano Borges e le sue Ficciones così sorprendentemente autogenerative di scorci inesauribili senza sovrapposizioni e congestione alcuna.
E non si tratta solo di short story o di folktale. Ovvero: con Rapidità non si intende indicare la lunghezza moderata di un testo. Anche un romanzo corposo può essere buon portatore di essa. Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki, che ho letto, amato, donato più volte perché sia divulgatore di movenze letterarie fulminee in concreto e in astratto, mi conforta sul destino della scrittura e sulle illimitate gamme delle analogie intellettive che collegano i cervelli illuminati del pianeta. D’altronde non è detto che per creare qualcosa come frutto di una salutare Rapidità bastino pochi secondi. L’ispirazione è un fatto, l’esecuzione un altro. Riporta Calvino: Chuang-Tzu, famosissimo pittore cinese, al suo imperatore che gli aveva commissionato il disegno di un granchio chiese cinque anni di tempo, una villa e dodici servitori, Dopo il primo lustro ne chiese un secondo con i medesimi agi, senza nemmeno aver iniziato il lavoro. Allo scadere del periodo prese il pennello e dipinse con un solo gesto il granchio più perfetto che si fosse mai visto. In un attimo.
Eccola la short story giusta per illustrare contenente e contenuto. Calvino e la saggezza orientale continuano a insegnare. Con buona pace di quanti si scoprono scrittori da un giorno all’altro.
(Continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.

Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali (1).



    
  La Leggerezza. Il contrario del peso. Togliere. Nessuna fissazione da storiche vicende, collettive o individuali. La guerra? La lotta partigiana? Conosciamole attraverso gli occhi di un bambino, lo straordinario Pin de Il sentiero dei nidi di ragno. Volare con i sandali alati di Perseo e vincere così la terribile Gorgone. Trasformare. In leggende gentili anche l’orrore. Intrecciare fili: fisici, metafisici, evenemenziali, immaginifici. Capire l’insostenibile leggerezza dell’essere di kunderiana memoria, ridimensionare in essa l’affanno del vivere, vista la trascurabilità di qualsiasi scelta obbligatoriamente relativa all’unicum del nostro particolare. Se pertanto l’esistenza è opprimente, la scrittura deve riscattarne i limiti. Sconfinando magari nella scienza. Quella a esempio del De rerum natura di Lucrezio che, per raccontare la materia, parla degli atomi infinitesimi, le sottrae concretezza quindi per innalzare in cambio l’uomo allo stupore universale attraverso la riflessione. E regalare così “poesia” a piene mani. Con Guido Cavalcanti, William Shakespeare, Jonathan Swift, Henry James. E con Leopardi. Con Leopardi e i suoi Notturni in cui le parole sono tanto sottili da sembrare luce di luna. Uno sciamano dunque lo scrittore, che coniuga antropologia, etnologia, mitologia per liberare l’immaginazione da qualsiasi condizionamento. Questa è forse la “razionalità” speciale che può traghettare la letteratura nell’avvenire, dove tuttavia troveremo non più di ciò che porteremo.

Irene Navarra, Italo Calvino, Grafica, 2011.






Ben conscia, di fronte a tanta levità, anche del peso come ipotetico pregio, ma solo di contrasto, respiro con Charles Wright e i suoi Diari (del prato, della notte, del silenzio, dei tre quesiti, di maggio, dei fiumi del sud, ultimo), mi faccio d’aria e cammino “verso l’umida bocca del futuro / dove nuovi denti / ammiccano come stelle novelle attorno a noi, / e i venti che ci pizzicano e ci tormentano le orecchie, / suonano curiosamente come vecchie canzoni” (da Diario del prato in Diari di zona e Xionia).

(Continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.






Critica letteraria / Le "Lezioni americane" di Italo Calvino per il nuovo millennio - Persistenze valoriali.


Nel 1984 Italo Clavino si accinse a preparare un ciclo di sei conferenze (Charles Eliot Norton Poetry Lectures) che avrebbe tenuto all’Università di Harvard nell’anno accademico 1985 – 1986. Il lavoro di stesura fu intenso, divenne addirittura ossessivo. Nacquero così le Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio, in numero di cinque, però, perché la sesta l’avrebbe scritta ad Harvard riferendosi a Bartleby di Herman Melville. La morte lo colse nel settembre del 1985, mentre stava per partire. I testi, raccolti ordinatamente in una cartella grigia e pronti per essere messi tra gli effetti personali nel bagaglio, restarono così sulla sua scrivania e ci furono poi tramandati per cura della moglie Esther con la pubblicazione presso Garzanti nel 1988.

Irene Navarra, Italo Calvino, Pastello a olio e Grafica, 2011.

   Sono passati undici anni di quel nuovo millennio a cui Calvino dedicò profezie valoriali, individuando qualità della letteratura da inserire in prospettive future auspicabili. Ebbene, in questo mondo ormai globalizzato, così imbarazzante per la diffusa pochezza formativa dei molti che parlano, scrivono, agiscono in nome della cultura, in questo mondo che vede proliferare festival, reading, kermesse itineranti, celebrazioni di nuovi straordinari poeti nell’Olimpo di circuiti improbabili, premi letterari con nulla di letterario se non la dicitura stessa pompata e ripompata in siti, rassegne stampa, fasi progressive, selezioni in tempo reale, giurie popolari e rose di finalisti pronti all’Empireo della gloria autogestita, in questo quotidiano zeppo di associazioni create a protezione/ricordo di qualcuno o qualcosa e spesso sovvenzionate da Enti di vario calibro, in questa realtà commemorante le proprie icone festaiole colme di clientelismi utilitaristici, di “figli di”, di “amici di” un po’ qua e un po’ là, di sé dicenti direttori artistici, resta da vedere la fattibile efficacia e la persistenza di quanto indicato dal grande ligure. Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità sono i titoli delle cinque lezioni completate. Proveremo a ripercorrerle, possibilmente con la stessa fiducia che Calvino vi ripose.
(Continua)

Dallo Speciale Cultura di Voce Isontina dell'8 febbraio 2011.

venerdì 28 aprile 2017

Critica / La CAGE Art di Eugenio Bernes.


Πάντα ῥεῖ.

Eugenio Bernes, Πάντα ῥεῖ, CAGE.
- 2013 -
Tutto scorre. Certo. Lo dice lo PseudoEraclito. Il Divenire la vince sempre sull’Essere. Almeno nella nostra dimensione mortale e al di là del fatto improbabile che, se un Λόγος ribelle, sotteso ai fenomeni effimeri, portasse la quiete in ogni punto, uguale a se stesso inalterabile indomabile, ci sarebbe una stasi per le forze che fagocitano materia su materia e la trasformano in altro da sé. In moto perpetuo. E ciò riciclando il substrato complesso in cui le varianti si assestano come tappe di sviluppo, dopo il primo impulso. Impulso d’artista naturalmente. Oppure divino. Estro generativo alla fin fine, dagli esiti sempre esteticamente straordinari perché la rielaborazione gestita dall’Intelligenza sovrana, che informa accordando, possiede una sapienza intrinseca assoluta.
Viene da chiedersi quali ne siano le caratteristiche. Solo intensive? Soltanto extensive? Entrambe assieme?
Se vale l’ultimo rovello, qui si parla di Dio.
Allora: la mano di questo Dio informatico sparge manciate di notizie, chi si apre al contatto raccoglie le più palesi, le analizza e ne rigetta alcune sulla scacchiera da sistemare. Per avviare il processo. Che diventa autonomo quando l'autore antropomorfo chiude la sua volontà e lascia il Libero Arbitrio al fermento intimo di ogni cosa in evoluzione germinativa di rimandi subliminali. Come il volto di giovane donna dell’opera in esame nato dalla mano protesa in alto a sinistra e predisposta a spargere i suoi trucchi sulla campitura di lavoro. 
La mano di Dio, dunque.
Tre sono, allora, le fasce dell’opera, interagenti l’una con l’altra in motivi sempre più complessi. Dall’assoluto dell’Alto, al comporsi del centro in occhi delicati e volto e collo morbidi da modella rinascimentale, al gioco quasi optical dell’angolo in basso a destra, dove gli sprazzi di sostanza colorata stanno ancora formando una progenie mutante. Mentre captano segnali di stili già vissuti, riformulandoli in calembour beffardo. Guai all’artista, infatti, che si esaurisca in una scuola o nella ripetizione di tecniche e moduli, sembra ammonire il Demiurgo Metaumano/Gran Burattinaio del procedimento in fieri. Il nostro hic et nunc deve affermarsi come preludio a una trascendenza in grado di percorrere i reticoli della comune gabbia digitale travalicandone le barriere.
Un po’ nella scia del Color Field newyorkese degli anni ’40 –‘50, soprattutto per il concetto del superamento dello spazio pittorico mediante un tendere geometrico/cromatico all’invasione delle zone cellulari. È la stessa forza di gravità a scagliare sul supporto grafico macchie liquide rapprese o colanti. Sono i tratti inconfondibili di Clyfford Still, Mark Rothko, Barnett Newman, Hans Hofmann, Gene Davis, Ronnie Landfield, Frank Stella e, soprattutto, di Sam Francis a portare testimonianza di superfici di intervento vaste, alias luoghi pittorici adatti a registrare i gesti d’artista iniziali come inscindibili dall’azione che li ha generati.
Una scorta buona, questa, che rende ragione del citazionismo multimediale in cui la C.A.G.E Art di Eugenio Bernes, giovane musicologo, musicista e informatico, si muove con agio.
E non c’è Leonardo da Vinci o Georges Braque che tenga: il fattore X è insito negli elementi. Il cacciatore più astuto (o più sensibile) lo coglie e del modo fa sistema.

Irene Navarra / Quaderni di critica / Artemisia Eventi Arte / Eugenio Bernes /
12 maggio 2013


Riflessioni durante un tramonto.

Eugenio Bernes, Riflessioni durante un tramonto, CAGE.
- 2013 -
Una fruttuosa in/evoluzione, questa dell'ultimo CAGE di Eugenio Bernes. Una sorta di voluto back to the future se si considera il ritorno al passato nel figurativismo che sottende all'opera e, in controcanto, il progresso verso una maggior personalizzazione. Ovvero: per la fase di partenza accantono il medium puramente tecnologico, lo confermo per l'amalgama dei momenti successivi, tuffandomi però con scienza e coscienza nelle "buone cose" antiche - di sicura matrice irongozzaniana - e recuperando, tramite le emozioni, la realtà effettuale. Uno straniamento con regresso, quindi, che dà i risultati ottimali della contenuta malinconia espressiva del soggetto. Ciò che colpisce di prim'acchito è la struttura generale del ritratto fatta delle linee morbide del busto da cui sboccia il volto di giovane donna assorta in visioni interiori che non ci è dato sapere. La geografia fisica risultante è articolata di pochi segni grafici alieni al gioco perverso del CAGE.
Nessun Dio informatico a porre limiti. 
Resta l'idea che abita l'autore, valgono la sua ispirazione e la forza del tratto graffito sulla carta. Tangibilmente graffito sulla carta. E poi avventurosamente elaborato con criteri di salvaguardia di ogni sembianza. Così, l'ovale inclinato del volto ripreso nel doppio dello scollo, l'intersecarsi lievemente a V delle braccia, la diagonale obliqua delle spalle, i capelli ricadenti a unire con le loro onde fluide mente e cuore, sono tutti dettagli di grande naturalezza. Scaturiti nella luce di un qualsiasi tramonto forse vissuto o, forse, solo immaginato. La situazione concreta non è rilevante. Conta la mano che si è mossa sotto l'estro di una folgorazione, conta quell'accennato sorriso enigmatico da Monna Lisa un po' estenuata che la potente fantasia enuclea, conta il balzo percettivo che si riappropria dell'originario suo ruolo demiurgico e infonde impulso alla creazione. 
La resa finale è un'altra storia. Racconta calibrature cromatiche, luminescenze tonali, ricerca di equilibrio iconico. Il tutto secondo formule di perfezionismo formale irrinunciabili per l'artista.

Irene Navarra / Quaderni di critica / Artemisia Eventi Arte / Eugenio Bernes /
21 settembre 2013


Kammermusik No.6.

Eugenio Bernes, Kammermusik No. 6, CAGE.
- 2013 -
È il tempo il tema di quest’opera. Non la musica. O meglio: apparentemente vi si svincola un motivo che è quello della composizione n° 6 di Paul Hindemith per viola d’amore – lo dice il titolo -, in verità però è la memoria pura di onde sonore eterne a scorrerla. Generate, queste ultime, dal gesto, e convergenti in risucchio metafisico verso il gorgo blu Klein all’apice del disegno cellulare. La materia si sta disciogliendo, vi permangono però ancora i simboli dell’attimo: gli occhi chiusi nell’intensità della prova, il cavigliere con i suoi piroli ben evidenti, le serpentine delle fiamme, il grafismo sottile dell’archetto. Niente di più. La C.A.G.E. Art ha cancellato il resto rendendo tutt’uno il fatto spirituale e il dato fisiologico. L’intima relazione dell’esecutrice con il Tutto si sta evolvendo, il passo successivo sarà la disintegrazione fluida di ogni tratto e l’espansione (o contrazione?) trascendente che restituisce qualsiasi concretezza alla coscienza universale. Per quanto la scritta in chiaro Sezessionstil tenti un argine a tale trasformazione, ponendo dall’esterno del fenomeno ormai iniziato ironici limiti a quanto è inevitabile.

Irene Navarra / Quaderni di critica / Artemisia Eventi Arte /
Eugenio Bernes14 ottobre 2013






Nemesis, ovvero la: una CAGE Art Evoluzione ricca di fermenti.

Eugenio Bernes, Nemesis, ovvero la, CAGE.
- 2013 -

Siamo nella fase ormai matura della CAGE Art di Eugenio Bernes. Sotto i giochi cellulari c'è la penna grafica che segna la carta virtuale di un'opera nata come contestazione.
Il suono è la base del disegno. Un suono che ti squassa dentro e conflagra. Un grido che deve terrorizzare chi si oppone prima dell'urto micidiale con inevitabile disintegrazione di qualsiasi materia. Un suono immane e inimmaginabile.
Così urlò Medea prima di uccidere i figli, consacrandosi agli dei della Notte.
Nel dipinto le storture del vivere vengono fagocitate da una bocca dilatata a dismisura, spalancata fino a diventare l'emblema del vuoto di razionalità in cui rotolerai consenziente. Il sangue si fa nastro che serpeggia entrando/uscendo da cavità tenebrose. L'azzurro non è un resto di cielo ma brandelli di carne putrefatta, il volto, pallido di furore, si contrae e allunga in dimensioni infinite.
Nulla può resistere a questa spinta esplosiva.
La scelta del soggetto, serialmente reso, segue la logica dell'amplificazione. Monta la rabbia nel cervello, preme sulle pareti del cranio come una corrosiva schiuma rossa, deflagra e non si disperde. Perché il Golem si è liberato e macina tutto nella sua corsa atroce.
Che gli automi cellulari lo assecondino, dunque. Nel moto perpetuo di cui si fanno perenni messaggeri. Se la mano dell'artista, pur pacata, deciderà di non fermarli affinché plasmino concretamente Nemesi e la sua legge assassina.
Amen.

Irene Navarra / Quaderni di critica / Artemisia Eventi Arte / Eugenio Bernes /
1 dicembre 2013