Questa piccola storia lirica è nata per ispirazione. Emily Dickinson con la poesia "I had been hungry" [F439 (1862) / J579 (1862)], e Angelo Branduardi con la ballata "Rosa di Galilea" mi hanno condotta per mano lungo sentieri inusitati, che mai avrei pensato di percorrere.
Sacro e profano si sono intrecciati a creare un racconto metaforico sulla Gentilezza e l'Amore. Se così fosse veramente, il mondo sarebbe meno oscuro.
Irene Navarra, Bacca e il ciliegio, AI Pastelli, 15 Agosto 2023.
Ero
come una bacca selvatica
trapiantata sulla strada.
Non sentivo i profumi del vento dalle vette
e le lepri bianche non strofinavano più
il muso tra le mie foglie delicate.
Languivo su quel suolo grigio
che odorava di morte.
Poi mi raccolse un giovane gentile
che mi deterse dalla polvere, dal fango,
e mi depose su un letto di bambagia
dal vago sentore di vaniglia.
Là riposai
spruzzata ogni mattina di rugiada
raccolta nel cuore delle rose.
Così radicai di nuovo
ridiventando pianta generosa.
Lui mi cantava "Rosa di Galilea",
e la intonava con il suo violino angelico.
Fiorimmo insieme
mentre il cielo sorrideva
donandoci frutti
di ciliegio celestiale.
E io,
mai nominata nella mia esile esistenza,
fui finalmente Bacca:
la salvata per Amore.
Per leggere la Poesia di Emily Dickinson che ha ispirato i miei primi versi di "Storia di Bacca", segui questo link. Qui, inoltre, la recensione a cura di Mario Bonanno dell'Album "Il rovo e la rosa. Ballate d'amore e di morte", pubblicato nel 2013.
Tutto ci insegna che l'Amore è sempre la risposta.
Di seguito il testo (bellissimo) della Ballata "Rosa di Galilea" di Branduardi.
Già ero vecchio e stanco per prenderla con me, ma il vecchio giardiniere rinunciare come può all’ultimo suo fiore, se l’Inverno viene già.
Già ero vecchio e stanco, ma la volli per me e il sorriso della gente di nascosto accompagnò il mio andare verso casa e l’Inverno viene già.
Lei era la più bella che avessi visto mai, sorrideva tra le ciglia e il mio cuore riscaldava, era l’ultimo mio fiore e l’Inverno viene già.
Poi anche il mio ciliegio a suo tempo maturò, lei venne un mattino a chiedermene i frutti: “Devo avere quelle ciliegie, perché presto un figlio avrò.”
Io guardavo le sue guance, più bella era che mai, e sentivo dentro me già crescere la rabbia: “Chiedi al padre di tuo figlio di raccoglierle per te!”
Sorridendo come sempre, le spalle mi voltò e la vidi in mezzo al prato verso l’albero guardare, era l’ultimo mio fiore e l’Inverno viene già.
Fu il ramo suo più alto che il ciliegio chinò ed il padre di suo figlio così l’accontentò…
Già ero vecchio stanco per prenderla con me,
ma lei era la più bella che avessi visto mai, la sua pelle come rosa… Rosa di Galilea.
Sulla frammentazione dell'io moderno: dolcezza sensoriale e durezza esistenziale.
P_Irene Navarra, Noi Anime plurali, AIArt e GraphicArt, 12 Gennaio 2026
Noi, anime plurali, - travolte dalla Bora più impetuosa, gonfie di rabbie come lava di vulcano o calme, pur nella tempesta, con sulle labbra sospiri al caramello - Noi abbiamo un'unica certezza: la pace vera è un'utopia. Scabre filosofie per sopravvivere, i giochi della mente. Non siamo in quiete. Mai. E lo sappiamo bene. Così coesistiamo nei riflessi delle cose, in più sfaccettature complicate. Tanto che spesso non ci ritroviamo: Vaghiamo nell'abisso per poi volare tra le nubi di bambagia, guardando in basso l'anima plurale, il suo affannarsi torto che si frantuma in schegge di cristallo.
In questa lirica, nata per ispirazione fulminea, l'esperienza uditiva diventa tattile e visiva, quasi violenta. Il tema centrale è la fuga dall"abbaglio". La luce è tortura, non elemento salvifico. Il passaggio dal sole pieno al buio della cantina suggerisce che la verità e il sollievo non si trovino nella chiarezza, ma nella penombra di una cantina dove poter finalmente riposare. La melodia che dà il là al racconto metaforico non è rassicurante, bensì abrasiva. I violoncelli, infatti, sono "discordi", l'archetto è "instabile", l'aria è "percossa" fino a "stridere" in un quasi pianto intervallato da singulti acerbi. Il suono, quindi, non lo intendo come un gioco di estetica pura. E strumento di scavo che si fa espressione della psicologia del profondo. Ciò che, però, diventa fondamentale è il concetto di straniamento. L'arte della "variazione anomala" serve a sciogliere l'attaccamento alla vita. Budda e Shopenhauer mi assistono in questa resa spontanea del mio sentire attuale. La bellezza storta della musica mi ricorda che la vita è un'illusione o, più precisamente, "una sfilata d'ombre". Con l'uso del termine "Ambliopie" poi, e citando la triade di profumi decadenti "muschio ambra benzoino" di buona memoria, intendo offrire alla lirica una patina colta e sensoriale forte. Il benzoino, in particolare, evoca una resina balsamica purificatrice. Aggiunge così un tono rituale alla scena. Che si trasforma in precisa liturgia.
Anche funebre, perché il suo aroma dolce e morbido induce un'atmosfera di contemplazione, di elevazione spirituale e preghiera che lega il mondo terreno a quello divino. Nessun sentimentalismo in questi versi. Solo durezza metallica accanto all'alternanza tra tratti liberi ed elementi di rima/assonanza più serrati. Ho creato d'istinto un ritmo a sussulti e coerente con il tema del "controcanto". Esplorando il nucleo del disagio, inoltre, dello spleen come unica via di consapevolezza, intuisco una sostanziale verità: l'essere cieca non è una sconfitta, è la confortante presa d'atto del limite umano di fronte all'assoluto.
P_Irene Navarra, Una sfilata d'ombre, AIArt e GraphicArt, 10 Genneio 2026.
[1] Dante
Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto I, v. 95.
In questa lirica mi muovo tra sensualità e misticismo. Trasformo, infatti, un atto fisico (mangiare un frutto) in un'esperienza metafisica di ricongiungimento con il divino.